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Nota critica. Interpretazioni digitali.

Raimondo Sirotti

Un vecchio detto affermava che è “assolutamente sbagliato per la pittura imitare la fotografia e per la fotografia imitare la pittura”. Certamente questa “sentenza” ha una sua ragione d’essere; se proviamo però a togliere il verbo imitare scopriamo che oggi la commistione tra le due espressioni artistiche ha completamente ribaltato quel concetto, cancellando quei confini asso- lutamente tecnici, aprendo ad un uso dell’immagine dove la creatività passa sopra ad ogni vecchia convenzione. Penso per esempio, all’uso di frammenti fotografici che Rauschemberg inserisce nei suoi spazi multipli in convivenza con oggetti, gesti pittorici, ecc. Voglio dire che, fatto salvo il principio di una insostituibile sapienza tecnica, che deve stare alla base del proprio lavoro, deve, anche, restare fermo il concetto che di strumento si tratta, diventa bagaglio per consentire una personale libertà espressiva.

Ed è proprio da qui che vedo in Dario Nicolini la capacità di farsi trascinare nel suo mondo creativo da una costante osservazione che è infine il meditare nel fascino estetico che lo circonda e che egli esplora e indaga come un filo conduttore del proprio lavoro.

A questo si deve un suo personale radar che genera i giusti impulsi definendo le sue immagini cristalline.

Penso a “Rocce e Scogli n°3” dove la spaccatura verticale nella roccia crea, da sola, una forma che sembra creata dal pensiero, penso a “Rocce e Scogli n°8” dove l’intervento cromatico non cambia la natura del soggetto ma ne sottolinea una nuova interpretazione pittorica, penso a “Sequenza Vegetale n°7” dove l’invenzione-colore vibra di una straordinaria esaltazione della forma, penso a “Pachiderma Vegetale n°2” dove l’invenzione luce-colore diventa una scultura rigorosa e nel contempo libera, penso a “Pachiderma Vegetale” n°5 dove la delicatezza della luce diventa simbolo di sensibilità pittorica. Per l’autore la dipendenza dal reale è rispetto della natura osservata e dolcemente “manipolata”. Ed è così che assistiamo ad una trasfigurante visione. La luce, l’ombra, tutto trascorre leggero nell’opera attenta di Dario Nicolini.

Nota critica. Interpretazioni digitali.

Paolo Nutarelli

Il mondo visibile e tutte le cose della realtà hanno sempre ispirato il lavoro degli artisti: sia con il “naturalismo”, che guardava gli oggetti della natura e li riproponeva con un dipinto evocativo altamente riconoscibile, e sia con la pratica di riformarli, nell’accezione di dare altra forma, mediante l’invenzione artistica. E quest’ultima, essendo invenzione, è talmente andata oltre l’imitazione al punto di voltare le spalle al modello reale per rivolgersi verso una figurazione, così poco individuabile, da renderla astratta. Questo è stato ed è tuttora, in parte, l’ambito della pittura. Ambito che ha avuto un sussulto con la scoperta della tecnica fotografica. Scoperta che pensava di aver risolto in modo definitivo il problema della rappresentazione fedele della natura e della realtà attraverso l’uso della fotocamera. Ma tutti sappiamo che la fotografia, oggi riconosciuta come strumento per produrre arte, non è stata soltanto un mezzo per restituire il mondo reale sul supporto bidimensionale, ma è stata strumento di sperimentazione (a partire dalle esperienze di Moholy Nagy e di Man Ray) per potenziare la pratica artistica. Lo stesso effetto di potenziamento della pratica artistica e della produzione culturale in un senso positivo, lo ha avuto, a partire dagli anni ’80, l’uso dell’elaboratore elettronico che avviò la possibilità di manipolare facilmente, ma aumentando gli stimoli creativi nell’autore, immagini, testi e suoni. Dario Nicolini proviene da questi due strumenti oramai diventati indispensabili nella creazione e nella costruzione d’immagini. La fotografia è la sua competenza più antica praticata quando l’uso della fotocamera analogica richiedeva un’esperienza approfondita, che si trasferiva, poi, nell’altrettanto competente lavoro in camera oscura, e il tutto preceduto dalla realizzazione di set fotografici per riprese still life o di accurate scelte sulla qualità della luce e sull’inquadratura per le altre riprese. Il computer, che risulta oramai indispensabile a chiunque operi nella produzione di immagini, è lo strumento che si è aggiunto alla sua professionalità fotografica sviluppandone la pratica creativa. L’analogia tra il computer e la fotografia, la quale ai suoi albori provocò uno sviluppo della creatività, è certamente palese nella produzione artistica digitale della nostra epoca. Se la fotocamera ed il computer sono gli strumenti, è però indispensabile che dietro ci sia lo sguardo, la consistenza culturale e la concezione espressiva personale dell’autore. Ovvero di colui che sa cercare tra le immagini del mondo visibile (ancora “naturalismo” quindi), quelle che diventeranno con opportune mediazioni creative le opere da proporre allo spettatore per emozionarlo e incuriosirlo, con l’assunto che l’immagine è riuscita se lo sguardo dello spettatore si sofferma più volte sul prodotto proposto. Nicolini procede con queste intenzioni. Cerca nelle forme naturali, altre forme che allo sguardo normale sono impercettibili o trascurabili, con il fine di crearne di nuove mai viste prima: ecco la nuova immagine che certamente attrarrà con più di uno sguardo lo spettatore. Se nella natura si trovano delle forme casuali che ci attirano, Nicolini, con il desiderio di riformarle, le blocca con la fotocamera. La trasformazione in nuove forme avviene mediante rotazioni, simmetrie, modificazione dei valori cromatici o con una diversa denominazione dell’oggetto naturale (la roccia marina diventa “scultura di pietra”). E tutte queste immagini diventano “interpretazioni digitali”, confermando quello che già sappiamo sullo sguardo dell’uomo contemporaneo, il quale, come ha più possibilità di vedere il mondo reale che lo avvolge attraverso la tecnologia, ha anche più occasioni, con la stessa, di costruire immagini sempre più nuove.